Succoso numero di Rock Hard, quello di Aprile, che propone interviste (lunghissime, come da tradizione) ai signori del doom Black Sabbath, Labyrinth, Porcupine Tree, Dark Tranquillity, Dimmu Borgir, Machine Head, Finntroll, After Forever, e molti, molti altri, cercando di sviscera succose novità sui nuovi lavori in arrivo
Nello spazio dedicato alle recensioni, fioccano le lodi a Fiction, In sorte diaboli, dei Dimmu Borgir, e Fear of a blank planet, dei Porcupine Tree, mentre si becca un’inaspettata bocciatura il nuovo Gods of war, dei Manowar. E poi, ancora, Scarve, After Forever, Annihilator, Finntroll, Ensiferum, Joe Lynn Turner, Marillion, Mayhem (il nuovo Ordo ad Chao, con il ritorno di Attila Csihar alla voce), e tante altre revisioni che riempiono le venticinque pagine dedicate ai nuovi dischi in uscita.
Come sempre, Rock Hard incarna la perfezione grafica, con ampio spazio dedicato al reparto fotografico e visivo, ma sempre accompagnato da articoli lunghi e dettagliati, magari a volte fin troppo informali (la professionalità – che non disdegna la goliardia – di un Metal Maniac in sede di intervista è ancora lontana), ma che si leggono con vero piacere.
Nel cd allegato, trovano posto: Machine Head, W.A.S.P, Destruction, Porcupine Tree, Marduk, Naglfar, Rose Tatoo, Disguise, i sorprendenti Oceans of Sadness, i notevoli emo screamers Ophydian, e altri adepti del sanguinoso verbo dell’heavy metal.
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martedì 17 aprile 2007
domenica 15 aprile 2007
Dark Tranquillity - Uno sguardo al passato, seconda parte
Projector (1999 – Century Media)Passaggio di etichetta e innesto di un nuovo membro, il tastierista Martin Brändström, electro-man estraneo alla scena metal (Martin Henriksson, inoltre, è stato rimpiazzato al basso da Micheal Niklasson dopo essere passato dal quattro corde alle chitarre per la defezione di Fredrik Johansson).
Il sound forgiato dal sestetto fresco fresco di formazione è ora più lineare e diretto, dalle tinte dark, figlio di un buon equilibrio tra mid tempos d’effetto e tappeti d’elettronica che creano scenari inusuali per l’universo darktranquillitiano. Esclusione totale quindi di blast beats, doppie casse e costruzioni complesse e arzigolate, il tutto in favore di una maggiore ricerca della forma canzone, e, forse, di un progetto atto a svecchiare e rendere più moderna la propria proposta musicale. Anche il growl di Stanne viene ora spesso accompagnato da splendide parte vocali pulite, sintomo di una voglia di provare a cambiare direzione.
Ne escono canzoni sicuramente straordinarie (Freecard, Therein, l’electro-ballad Day to end), ma si sente il bisogno di un rodaggio più forte e sicuro, che possa permettere alla band svedese di incanalarsi in una nuova via melodica da seguire.
Haven (2000 – Century Media)

Trovato un buon gioco tra le schitarrate vagamente moderne e le tastiere futuristiche, i Dark Tranquillity correggono i difetti di Projector, abbreviando i pezzi (solo la conclusiva At loss for words supera i cinque minuti) e rendendoli più semplici, immediati e aggressivi (Feast of Burden, Indifferent suns), non disdegnando comunque refrain accattivanti che catturano subito l’ascoltatore (la trascinante The wonders at your feet).
Un’ottima prova, dove l’elettronica gioca sì un ruolo primario nel sound della band, ma è ora implementata con maggiore capacità, grazie a una parte strumentale strettamente metallica più ispirata e meno tentennante.
Damage Done (2002 – Century Media)Finalmente i Dark Tranquillity appaiono sicuri e decisi sulla direzione da prendere: riff di stampo thrash, vitaminizzato da pepatissime iniezioni melodiche, velocità martellante, ritorno di prepotenza del growl come unico stile vocale, e piacevoli ricami elettronici in sottofondo, il tutto intervallato da distensivi arpeggi che smorzano il caos, per dare vita a brani brevi e violenti, che sanno colpire e lasciare il segno, alternati a mid tempo melodici e accattivanti, fatti apposta per stamparsi in testa.
Final resistance, Monochromatic stains, The treason wall sono i superlativi manifesti del nuovo corso della band svedese, grazie ai loro riff trascinanti, che segneranno una generazione (e soprattutto una precisa scena musicale, che verrà presto affossata da miriadi di gruppi clone).
Fondamentale.
Character (2005 – Century Media)
Trovata la vena d’oro e il successo planetario, i Dark Tranquillity decidono di non rischiare troppo, dando in pasto al pubblico un Damage Done – parte seconda, che potrà accontentare i nuovi fans acquisiti, ma che sicuramente colpisce al cuore per il mancato gradino evolutivo che ha sempre accompagnato la band svedese a ogni sua release.
Non un disco non riuscito, sia chiaro, al suo interno convivono splendidi pezzi (The new build, Lost to apathy, My negation), ma ogni riff, ogni melodia, ogni linea vocale deriva dal disco che lo ha preceduto, lasciando così, nonostante una ritrovata vena strutturalmente più arzigolata, un vago sentore di malessere. I Dark Tranquillity copiano se stessi, e questo non può che far male.
E così si arriva a noi, e a quel Fiction che a giorni solcherà gli scaffali di tutto il mondo (a parte quelli virtuali, dove surfers senz’anima arraffano anche le briciole). Non mi resta che rimandarvi alla recensione, che a breve farà il suo arrivo nel bunker.
martedì 10 aprile 2007
Labyrinth - 6 days to nowhere
Vaporizzato qualsiasi riferimento al power casereccio, che ancora faceva capolino qua e là nel precedente Freeman, i Labyrinth si riaffacciano sul mefistofelico mercato musicale con un disco di semplice, genuino rock metallizzato, perfetta sintesi dell’evoluzione intrapresa con l’omonimo album del dopo Olaf Thorsen, e continuata poi nel recente e già citato Freeman.La canzoni sono ora figlie dirette di una linearità strutturale che cerca il ritornello accattivante (There is a way, What, Rusty nail), risultando comunque convincenti grazie a un drumming sempre fantasioso di Mattia Stancioiu, e a un ricamo tastierstico di De Paoli marginale ma assai prezioso – nonostante si senta la mancanza delle originali scorribande sui tasti d’avorio dei precedenti platter.
Tuttavia, il songwriting si permette di abbracciare una certa filosofia progheggiante, sempre presente nella band italiana, che sa spezzare le canzoni e inserire così tenui passaggi arpeggiati e delicate melodie (Crossroads, Mother Earth), oppure improvvise fughe in doppia cassa (Just one day), che richiamano un’impronta musicale a questo punto scomparsa.
Ma nonostante uno sviluppo artistico ormai maturo, i Labyrinth si concedono una sperimentazione vagamente estrema (la meravigliosa Lost – gioiello del disco – e per certi versi la non del tutto riuscita Wolves’n’lambs) che fa suo il death scandinavo, con tanto di blast beats, riff thrashy, serrati e dall’attinenza melodica, e timidi growl che spuntano durante il bridge.
Curiosa la cover di Come Togheter, ben realizzata e che sfrutta un suntuoso crescendo rockeggiante, ma appare un po’ fuori posto dalla linea stilistica scelta per l’intero ellepi. Viceversa, Piece of time, rivisitazione vitaminizzata del classico appartenente all’era No limits, si dimostra veloce ed efficace, solare e canticchiabile.
Niente da dire sulla prestazione vocale di Roberto Tiranti (che si cimenta anche con il basso, con risultati che difficilmente si possono valutare, a causa di una produzione – comunque ottimale – che lo nasconde totalmente), ugola caldissima posta come baluardo della formazione italiana.
È necessario però sottolineare un’eccessiva lunghezza (quasi un’ora), riscontrando nelle quattordici canzoni presenti un malessere frutto di una certa ripetitività e di poco mordente, soprattutto man mano che ci si avvicina alla conclusione (Coldness, Out of control, l’insipida ballad Smoke and dreams), colpa anche di un guitar work che, nei pezzi segnalati e in qualche altra occasione, si fa fin troppo derivativo e scontato.
Sicuramente, con qualche brano in meno e un pizzico di maggiore incisività, 6 days to nowhere avrebbe potuto forgiarsi del titolo di capolavoro, o qualcosa di simile. Per adesso, è una meritevole conferma della classe e dell’onesta musicale del combo italiano.
V2 Music
2007
1. Crossroads (4:03)
2. There is a way (3:36)
3. Lost (4:24)
4. Mother Earth (6:08)
5. Waiting tomorrow (3:35)
6. Come togheter (4:00)
7. Just one day (3:54)
8. What (4:15)
9. Coldness (3:49)
10. Rusty nail (3:19)
11. Out of control (3:46)
12. Wolves’n’lambs (4:53)
13. Smoke and dreams (4:37)
14. Piece of time (2:50)
mercoledì 4 aprile 2007
Pain of Salvation - Scarsick
Primo album con l’inusuale formazione a quattro (il bassista Kristoffer Gildenlow ha lasciato il gruppo un paio di anni orsono, e non ci è dato sapere né chi sia il sostituto, né tanto meno chi si cimenti con il quattro corde su questo ellepi), ma sesto disco (sette contando il live acustico 12:5) per i prog gods Pain of Salvation.
Scarsick, come tradizione insegna, è ancora una volta un concept, e la storia che prende vita dalle liriche è il seguito di quella raccontata in The Perfect Element – Part I, irraggiungibile vetta artistica della band svedese ed enciclopedica fonte di ispirazione per un certo modo di intendere il progressive nel nuovo millennio.
L’album si presenta con canzoni più dirette e lineari, nonostante il minutaggio sempre elevato di ogni singolo pezzo (siamo sui sette minuti di media, classico standard della formazione scandinava). Ma sebbene il sound appaia leggermente più duro e spigoloso del solito, gli echi del precedente e non del tutto riuscito BE si sentono fin troppo. Alcune canzoni, infatti, come la maggior parte di quelle dell’ambizioso concept su Dio, si perdono in paranoiche ricerche di particolari (suoni, samplers, voci filtrate, incerti cambi di tempo e strutturali) che le rendono nient’altro che dei lavori senza né capo né coda (è il caso delle comunque discrete Mrs Modern Mother Mary e Idiocracy).
Al di là di un paio di cali di tono, che fanno storcere il naso e negano la possibilità di gridare al capolavoro, Scarsick resta un album solido ed efficace, fresco e convincente, sorretto da brani di incredibile spessore e bontà artistica (la title track, guidata da un riffing nervoso e da un refrain orientaleggiante, la Undertow-oriented Cribcaged, ballad in crescendo di emotività e spontaneità metallica, la spiritata e piacevole America, la dolce e sofferta Kingdom of Loss, la conclusiva Enter Rain, quella che più richiama gli inimitabili Pain of Salvation dell’era Perfect Element).
Ed è da ammirare la volontà open minded del mastermind-chitarrista-cantante-compositore-scrittore-e-what-you-have Daniel Gildenlow, capace di mettere in piedi la detestabile Spitfall, sette e passa minuti di agonia rappata – rap che, comunque, uscendo dalla sua bocca, risulta lo stesso affascinante e meritevole d’ascolto – e la bizzarra Disco Queen, in grado di riunire una certa discopop tipicamente anni ’80 e un più consueto prog metal di stampo nineties.
Come sempre, i testi sono lunghi e particolareggiati, e racchiudono sinceri e genuini messaggi di rigetto della società. Stupisce soltanto la presenza smisurata di parolacce e imprecazioni varie, che in Cribcaged lascia (positivamente, è bene sottolinearlo) interdetti (è probabilmente l’unica ballata nella storia della musica che ripete la parola fuck per qualcosa come diciannove volte in cinque minuti).
Da inchini la prestazione di Daniel Gildenlow, a parere di chi scrive il miglior cantante attualmente presente sulla scena musicale, proprietario di un range vocale mostruoso e incantevole. Per il resto, prova meno cerebrale ma più liscia e scorrevole (per quanto possa essere lisca e scorrevole la proposta della band svedese) degli altri tre componenti del gruppo, comunque sempre impeccabile e per certi versi sorprendente.
Scarsick, nonostante un accenno più marcato alla forma canzone, non è affatto un album semplice, sia chiaro. Per i non avezzi al genere, infatti, serviranno i consueti svariati ascolti per poter entrare nel multiverso sonoro dei Pain of Salvation. E sebbene sia presente qualche canzone meno rilucente del solito, questa volta, ad ascolto terminato, non rimane quel vago sentore di incompletezza, caratteristica predominante di BE. Certo, non rimangono nemmeno le estasianti sensazioni provate con The Perfect Element e Remedy Lane, ma quello che continua a piacere dei quattro svedesi è il loro fregarsene di qualsiasi catalogazione, e la loro continua ricerca ed evoluzione sonora, che presto, sono sicuro, porterà a un nuovo lavoro monumentale.
Intanto accontentiamoci, perché Scarsick è un signor disco, che già adesso entra di diritto nella top ten del 2007.
2007
Inside Out/SPV
1. Scarsick
2. Spitfall
3. Cribcaged
4. America
5. Disco Queen
6. Kingdom of Loss
7. Mrs Modern Mother Mary
8. Idiocracy
9. Flame to the Moth
10. Enter Rain
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