giovedì 19 aprile 2007

Dead Meat

Regia: Conor McMahon

Cast: Marian Araujo, David Muyllaert, Eoin Whelan, David Ryan, Amy Redmond

Sceneggiatura: Conor McMahon

Durata: 78’

Produzione: Irlanda

Anno: 2004



In seguito a un’epidemia causata da un ceppo particolarmente brutale di mucca pazza, i bovini di alcune cittadine irlandesi attaccano i loro allevatori e li trasformano in morti viventi. Helena, una turista spagnola, e Desmond, il becchino locale, incontratisi per caso, cercheranno di fuggire assieme dalla minaccia, armati di un badile, tacchi a spillo, e tanta speranza.


Cerca e cerca, ecco che il gioiellino lo si trova nuovamente in Europa. È in questa parte di mondo che l’horror sta a poco a poco risalendo sul trono che gli spetta, al di là delle megaproduzioni hollywoodiane – che, film dopo l’altro, non fanno altro colpire (e affondare) il nostro genere preferito. The descent, Alta tensione, Shaun of the dead, questi e altri i cavalieri che guidano la riscossa del terrore su celluloide. E benché Dead Meat non possa essere raggruppato assieme ai suddetti titoli – nel suo sangue scorrono fieramente enormi porzioni di amatorialità – bisogna dare atto a Conor McMahon che, col suo omaggio a papà Romero, sa regalare un’ora e un quarto di brillanti soluzioni grand guignolesche e ingegnose trovate, da salutare col più ampio dei sorrisi.

Al suo primo film, infatti, il giovane regista fa centro. Non tanto per una trama che non fa alcun mistero della sua natura citazionista, ma per un notevole bagaglio di fresche novità, sfavillanti sviluppi registici, e un crescendo d’orrore e budella che sfocia in un epilogo amaro e doloroso.

E quindi si può sorvolare su un casting – ahimè – non particolarmente felice, che all’amorevole e avvenente Marian Araujo affianca un David Muyllaert, eroe comprimario fin troppo statico, con quel classico palo su per il sedere che impedisce la sbocciatura a tanti, troppi giovani attori. Ma anche gli altri mestieranti, vuoi per l’inesperienza, vuoi per l’effettiva mancanza di talento, offrono prove opache per gran parte del film, risollevandosi solo in qualche occasione (il sorprendente finale, vera e propria epopea dove la pellicola offre il meglio di sé, in qualsiasi reparto)

Così come si può lasciar correre su certi punti bui di una sceneggiatura semplice e scorrevole, quali un comportamento un po’ troppo freddo dei protagonisti una volta venuti a conoscenza della minaccia che dovranno affrontare, e di un certo uso degli zombi come tappabuchi per allungare un po’ il già povero minutaggio.

E, sicuramente, si può chiudere un occhio anche su un make-up non particolarmente raggiante – ma che fa il suo dovere, vista l’abbondanza e la creatività di un reparto gore e visceristico, che schifa e incuriosisce.

Ci sono difetti, vero. Tanti. Ma in fondo, in un’opera prima, così sincera e onesta, così vera e sentita, è davvero irresistibile la tentazione di elogiarla per il suo carico di bellezza sanguinolenta e fregarsene dei buchi e delle cadute di tono. Perché Conor McMahon ha stoffa da vendere, e riesce a sopperire all’elementarità del suo script con una regia che sa dar vita ad autentici sprazzi di genio. È il caso del travolgente inizio mozzafiato e della relativa uccisione del primo morto vivente (azzardo ad affermare che sia la più originale del cinema zombesco tutto). O dell’assalto di una mucca resuscitata, che sprigiona puri brividi e tensione. Oppure ancora dell’apocalittico finale, con tanto di atmosfere sinistre e goticheggianti, create per mano di un castello sullo sfondo, l’aiuto della luna piena e di una semplice torcia artigianale, elementi che funzionano mille volte meglio di qualsivoglia mitragliatrice falciazombi.

Aggiungo poi una colonna sonora minimalista, ma che sa sfociare in inquietanti escursioni a suon di viole e violoncelli, fulgido esempio di come sia possibile realizzare un’atmosfera opprimente e tenebrosa con pochi mezzi (e poche note) a disposizione.

È sulla base di queste invenzioni che bisogna valutare il primordiale modo di intendere l’horror. È su persone piene di talento ma anche di grata devozione e umiltà come Conor McMahon che si dive puntare. È su film come Dead Meat, che fa della spontaneità la sua carta migliore, che si è obbligati a scommettere. Perché è questo l’horror che vogliamo.



Recensione originariamente pubblicata su Scheletri.com

martedì 17 aprile 2007

Rock Hard #54

Succoso numero di Rock Hard, quello di Aprile, che propone interviste (lunghissime, come da tradizione) ai signori del doom Black Sabbath, Labyrinth, Porcupine Tree, Dark Tranquillity, Dimmu Borgir, Machine Head, Finntroll, After Forever, e molti, molti altri, cercando di sviscera succose novità sui nuovi lavori in arrivo
Nello spazio dedicato alle recensioni, fioccano le lodi a Fiction, In sorte diaboli, dei Dimmu Borgir, e Fear of a blank planet, dei Porcupine Tree, mentre si becca un’inaspettata bocciatura il nuovo Gods of war, dei Manowar. E poi, ancora, Scarve, After Forever, Annihilator, Finntroll, Ensiferum, Joe Lynn Turner, Marillion, Mayhem (il nuovo Ordo ad Chao, con il ritorno di Attila Csihar alla voce), e tante altre revisioni che riempiono le venticinque pagine dedicate ai nuovi dischi in uscita.
Come sempre, Rock Hard incarna la perfezione grafica, con ampio spazio dedicato al reparto fotografico e visivo, ma sempre accompagnato da articoli lunghi e dettagliati, magari a volte fin troppo informali (la professionalità – che non disdegna la goliardia – di un Metal Maniac in sede di intervista è ancora lontana), ma che si leggono con vero piacere.

Nel cd allegato, trovano posto: Machine Head, W.A.S.P, Destruction, Porcupine Tree, Marduk, Naglfar, Rose Tatoo, Disguise, i sorprendenti Oceans of Sadness, i notevoli emo screamers Ophydian, e altri adepti del sanguinoso verbo dell’heavy metal.

lunedì 16 aprile 2007

Slither

Regia: James Gunn
Cast: Nathan Fillion, Elizabeth Banks, Michael Rooker, Gregg Henry, Brenda James
Sceneggiatura: James Gunn
Produzione: USA
Anno: 2006
Durata: 90’

Un meteorite proveniente dallo spazio più profondo cade sulla cittadina di Wheelsy. È lo sfortunato Grant Grant il primo a vederlo, e soprattutto a fare la conoscenza con quello che si cela dentro il sasso spaziale, visto che, dopo aver punto l’uomo, la cosa aliena lo trasforma poco a poco in un deforme mostro tentacolare. È quindi tempo di attuare il piano per la conquista della Terra. Contagiata quella sgualdrina di Brenda, Grant la fa diventare una sorta di gigantesco utero per una miriade di lumache viscide e sicuramente poco amichevoli. A loro volta, le lumache – che evidentemente sono nate per un motivo tutt’altro che evoluzionistico – infetteranno uno dietro l’altro tutti gli abitanti di Wheelsy, mutandoli in stupidi zombi.
Toccherà all’ingenuo capitano di polizia Bill Pardy e alla moglie di Grant, Starla, cercare di fermare l’invasione aliena. Con risultati molto più comici del previsto.

Pile e pile di recensioni entusiastiche, critiche unanimemente positive, commenti euforici, che tessono solo ed esclusivamente lodi per l’esordio dietro la camera da presa di James Gunn. Hanno ragione? Certo, Gunn ha stoffa, si vede distante un chilometro, e benché Slither (nella sua irresistibile verve comica e sanguinolenta) non sia altro che un sentito omaggio ai b-movie che andavano per la maggiore tanto tempo fa, le carte in regola per diventare un cult le ha tutte.
James Gunn, dalla sua discreta esperienza come sceneggiatore (al servizio di sua maestà Lloyd Kaufman, giusto per fare un nome), è riuscito a riunire solamente il meglio del meglio della sua produzione, evitando sbrodolamenti e pecche varie che comunque ci si può sempre aspettare da un’opera prima. Dallo script di Tromeo & Juliet eredita l’ironia e le frequenti virate splatter della pellicola, dai due Scooby Doo una simpatica atmosfera horrorifica, mai però troppo paurosa, mentre, dal remake de L’alba dei morti viventi, l’azione frenetica e veloce (lasciando per fortuna a casa eccessivi sprofondamenti psicologici nei protagonisti e certe lacune strutturali che non facevano scorrere poi così benissimo lo pseudo remake del capolavoro romeriano).
Questo perché Slither, in definitiva, è un film simpatico. Non una horror-comedy tout court (non ci sono poi tanti siparietti comici), né tanto meno un horror – inteso come tale – venato di ironia (la componete spaventosa è praticamente assente). Slither non è Shaun of the dead. Slither, semplicemente, è un film simpatico. Merito dell’atmosfera goliardica e spensierata, dei comportamenti sì buffi, ma comunque grottescamente realistici dei protagonisti, e di mostri mai troppo terrificanti – che quasi sembra si divertano pure loro.
Slither in fondo è un film onesto, un inchino e un ringraziamento al cinema horror di una volta, quello realizzato con barattoli di latta, costumi di gommapiuma, e tanta buona volontà. Slither è, fondamentalmente, frutto di una persona che ama l’horror. E questo pensiero funziona meglio di tante altre parole usate a sproposito.
James Gunn, nel doppio ruolo di sceneggiatore e regista, si presenta in formissima, dando vita alla sua creatura più riuscita, semplice e derivativa, quello che volete, ma tremendamente sentita. Script sincero, divertente, che scorre con buona maestria da cima a fondo; regia notevole, che si caratterizza anche per un paio di trovate davvero esilaranti (il prologo, eccezionale per il modo in cui prende in giro un certo modo di fare horror).
Ben voluta la presenza piuttosto insistita di sequenze disgustose e ricche di frattaglie, che stupisce per via del target a cui probabilmente è indirizzata la qui presente pellicola, ma non si dice mai di no a una bella dose di splatter.
Il cast spicca per la presenza di Michael Rooker (Henry – Pioggia di sangue), ridicolo e ingenuamente bastardo uomo innamorato, sia nelle consuete vesti umane, sia in quelle gommose e tentacolari dell’ibrido alieno. Veramente squisita la prova di Nathan Fillion, goffo capitano di polizia, dalla battuta facile e dell’altrettanto facile comportamento strampalato. Bellissima infine Elizabeth Banks: forse merita più elogi per le sue qualità di donna che per quelle recitative, ma in fondo ben si amalgama col resto degli attori.
Slither è – e penso rimarrà per un bel po’ – uno dei migliori esempi di cinema. Punto e basta. Al di là dell’horror, dei mostri, del sangue e della violenza, Slither trasuda passione e devozione da ogni millimetro di pellicola. Ed è così che il cinema dovrebbe essere.

domenica 15 aprile 2007

Dark Tranquillity - Uno sguardo al passato, seconda parte

Projector (1999 – Century Media)
Passaggio di etichetta e innesto di un nuovo membro, il tastierista Martin Brändström, electro-man estraneo alla scena metal (Martin Henriksson, inoltre, è stato rimpiazzato al basso da Micheal Niklasson dopo essere passato dal quattro corde alle chitarre per la defezione di Fredrik Johansson).
Il sound forgiato dal sestetto fresco fresco di formazione è ora più lineare e diretto, dalle tinte dark, figlio di un buon equilibrio tra mid tempos d’effetto e tappeti d’elettronica che creano scenari inusuali per l’universo darktranquillitiano. Esclusione totale quindi di blast beats, doppie casse e costruzioni complesse e arzigolate, il tutto in favore di una maggiore ricerca della forma canzone, e, forse, di un progetto atto a svecchiare e rendere più moderna la propria proposta musicale. Anche il growl di Stanne viene ora spesso accompagnato da splendide parte vocali pulite, sintomo di una voglia di provare a cambiare direzione.
Ne escono canzoni sicuramente straordinarie (Freecard, Therein, l’electro-ballad Day to end), ma si sente il bisogno di un rodaggio più forte e sicuro, che possa permettere alla band svedese di incanalarsi in una nuova via melodica da seguire.


Haven (2000 – Century Media)
Trovato un buon gioco tra le schitarrate vagamente moderne e le tastiere futuristiche, i Dark Tranquillity correggono i difetti di Projector, abbreviando i pezzi (solo la conclusiva At loss for words supera i cinque minuti) e rendendoli più semplici, immediati e aggressivi (Feast of Burden, Indifferent suns), non disdegnando comunque refrain accattivanti che catturano subito l’ascoltatore (la trascinante The wonders at your feet).
Un’ottima prova, dove l’elettronica gioca sì un ruolo primario nel sound della band, ma è ora implementata con maggiore capacità, grazie a una parte strumentale strettamente metallica più ispirata e meno tentennante.


Damage Done (2002 – Century Media)
Finalmente i Dark Tranquillity appaiono sicuri e decisi sulla direzione da prendere: riff di stampo thrash, vitaminizzato da pepatissime iniezioni melodiche, velocità martellante, ritorno di prepotenza del growl come unico stile vocale, e piacevoli ricami elettronici in sottofondo, il tutto intervallato da distensivi arpeggi che smorzano il caos, per dare vita a brani brevi e violenti, che sanno colpire e lasciare il segno, alternati a mid tempo melodici e accattivanti, fatti apposta per stamparsi in testa.
Final resistance, Monochromatic stains, The treason wall sono i superlativi manifesti del nuovo corso della band svedese, grazie ai loro riff trascinanti, che segneranno una generazione (e soprattutto una precisa scena musicale, che verrà presto affossata da miriadi di gruppi clone).
Fondamentale.


Character (2005 – Century Media)
Trovata la vena d’oro e il successo planetario, i Dark Tranquillity decidono di non rischiare troppo, dando in pasto al pubblico un Damage Done – parte seconda, che potrà accontentare i nuovi fans acquisiti, ma che sicuramente colpisce al cuore per il mancato gradino evolutivo che ha sempre accompagnato la band svedese a ogni sua release.
Non un disco non riuscito, sia chiaro, al suo interno convivono splendidi pezzi (The new build, Lost to apathy, My negation), ma ogni riff, ogni melodia, ogni linea vocale deriva dal disco che lo ha preceduto, lasciando così, nonostante una ritrovata vena strutturalmente più arzigolata, un vago sentore di malessere. I Dark Tranquillity copiano se stessi, e questo non può che far male.
E così si arriva a noi, e a quel Fiction che a giorni solcherà gli scaffali di tutto il mondo (a parte quelli virtuali, dove surfers senz’anima arraffano anche le briciole). Non mi resta che rimandarvi alla recensione, che a breve farà il suo arrivo nel bunker.

giovedì 12 aprile 2007

Dark Tranquillity - Uno sguardo al passato, prima parte

In attesa dell’imminente uscita del nuovo album dei melodic death gods Dark Tranquillity, Fiction (ancora otto lunghi, polverosi giorni ci separano dal 20 Aprile), che ci mostrerà se la band svedese ha continuato a posizionarsi sulle coordinate dei dischi fotocopia Damage Done-Character, o se si è aperta a benvolute innovazioni, ho preparato una breve carrellata, divisa in due parti, dei loro lavori precedenti (mi soffermo sugli album, tralasciando i vari EP dati in pasto al grande pubblico).


Skydancer (1993 – Spinefarm)
Tempi velocissimi, cascate di melodie e riff armonici, suonati con una perizia degna del più complesso combo progressive, e poi ancora controtempi, cambi di ritmo, strutture impazzite, contorte, lunghe e complesse.
L’esordio dei Dark Tranquillity fa sua la lezione di velocità intransigente del death svedese (le schegge degli At The Gates in prima fila), genere che la band contribuirà a plasmare attraverso la propria musica (assieme agli stessi At The Gates, In Flames e, successivamente, in prossimità di una sterzata commerciale di una certa scena estrema, anche ai Soilwork), accostandolo a una visione progressiva e cerebrale della musica che li che porta a creare canzoni tortuose e complicate.
Nonostante un buon respiro e la freschezza generata (Nightfal by the shore of timel, A bolt of blazing gold, Shadow duet), si denota però una voglia di strafare che, a tratti, rende i brani così intricati che non lasciano il segno nemmeno dopo svariati ascolti.
C’è solo bisogno di maturità e di maggiore coesione strumentale, qualità che arriveranno di lì a poco.
Curiosità: alle vocals strozzate appare Anders Friden, oggi rasta-frontman dei cugini In Flames, mentre Mikael Stanne all’epoca era proprio il cantante dei parenti svedesi.


The Gallery (1995 – Osmose)
Album simbolo di un’intera scena musicale, nonché esempio e punto di partenza per eserciti inferociti di deathsters scandinavi e non solo. L’atmosfera che si respira è simile a quella del predecessore Skydancer, ma ora i brani sono più ragionati e hanno un loro filo conduttore, nonostante non sia stato sacrificato niente in termini di complessità strutturale.
Punish my heaven e The dividing line sono modelli di killer song, che fanno convivere al loro interno, con rara maestria, melodie fantasiose, morbidi arpeggi e drumming tentacolare. The Gallery e Lethe mostrano invece il lato più romantico e malinconico degli svedesi, ricche come sono di lunghe parti arpeggiate dal sapore triste e nostalgico.
Ineccepibile la qualità strumentale del gruppo, che dà un grandissimo spazio al suono del basso, di solito posto nelle retrovie, ma qui valorizzato da linee melodiche creative e che ben seguono le intricate evoluzioni chitarristiche.
Stanne, alle vocals, è capace di variare con abilità il suo ringhio mefistofelico, rendendolo vivo e ricco di diverse sfumature sentimentali.
I Dark Tranquillity lasciano il segno. Una pietra miliare nella storia della musica, e una classe compositiva che, purtroppo, non saranno mai più in grado di raggiungere.


The Mind’s Eye (1997 – Osmose)
Accantonate per certi versi le melodie dei precedenti album, in favore di una maggiore incisività e durezza del sound, i Dark Tranquillity ritornano sulle scene con un disco veloce e martellante, più lineare e diretto, figlio di un’idea musicale ora più vicina al thrash che al prog.
Prendono così vita canzoni splendide (Dreamlore Degenerate; Hedow; Scythe, Rage and Roses), che fanno della rapidità d’esecuzione e di un riffing serratissimo il loro punto di forza, tenendo comunque sempre presente un’atmosfera melodica, che fa parte del DNA del gruppo. Questi buoni esempi sono affiancati però da altri brani di minor qualità, affossati da ritmiche a volte troppe complesse e ingarbugliate, e non più costruite così elegantemente come in passato, che fanno perdere parecchio in termini di genuinità.
Si tratta sicuramente di album di buon livello, che dimostra la continua voglia evoluzionistica della band, ma ci troviamo in prossimità di un mutamento vero e proprio che inizierà soltanto con il successivo Projector.

martedì 10 aprile 2007

Labyrinth - 6 days to nowhere

Vaporizzato qualsiasi riferimento al power casereccio, che ancora faceva capolino qua e là nel precedente Freeman, i Labyrinth si riaffacciano sul mefistofelico mercato musicale con un disco di semplice, genuino rock metallizzato, perfetta sintesi dell’evoluzione intrapresa con l’omonimo album del dopo Olaf Thorsen, e continuata poi nel recente e già citato Freeman.
La canzoni sono ora figlie dirette di una linearità strutturale che cerca il ritornello accattivante (There is a way, What, Rusty nail), risultando comunque convincenti grazie a un drumming sempre fantasioso di Mattia Stancioiu, e a un ricamo tastierstico di De Paoli marginale ma assai prezioso – nonostante si senta la mancanza delle originali scorribande sui tasti d’avorio dei precedenti platter.
Tuttavia, il songwriting si permette di abbracciare una certa filosofia progheggiante, sempre presente nella band italiana, che sa spezzare le canzoni e inserire così tenui passaggi arpeggiati e delicate melodie (Crossroads, Mother Earth), oppure improvvise fughe in doppia cassa (Just one day), che richiamano un’impronta musicale a questo punto scomparsa.
Ma nonostante uno sviluppo artistico ormai maturo, i Labyrinth si concedono una sperimentazione vagamente estrema (la meravigliosa Lost – gioiello del disco – e per certi versi la non del tutto riuscita Wolves’n’lambs) che fa suo il death scandinavo, con tanto di blast beats, riff thrashy, serrati e dall’attinenza melodica, e timidi growl che spuntano durante il bridge.
Curiosa la cover di Come Togheter, ben realizzata e che sfrutta un suntuoso crescendo rockeggiante, ma appare un po’ fuori posto dalla linea stilistica scelta per l’intero ellepi. Viceversa, Piece of time, rivisitazione vitaminizzata del classico appartenente all’era No limits, si dimostra veloce ed efficace, solare e canticchiabile.
Niente da dire sulla prestazione vocale di Roberto Tiranti (che si cimenta anche con il basso, con risultati che difficilmente si possono valutare, a causa di una produzione – comunque ottimale – che lo nasconde totalmente), ugola caldissima posta come baluardo della formazione italiana.
È necessario però sottolineare un’eccessiva lunghezza (quasi un’ora), riscontrando nelle quattordici canzoni presenti un malessere frutto di una certa ripetitività e di poco mordente, soprattutto man mano che ci si avvicina alla conclusione (Coldness, Out of control, l’insipida ballad Smoke and dreams), colpa anche di un guitar work che, nei pezzi segnalati e in qualche altra occasione, si fa fin troppo derivativo e scontato.
Sicuramente, con qualche brano in meno e un pizzico di maggiore incisività, 6 days to nowhere avrebbe potuto forgiarsi del titolo di capolavoro, o qualcosa di simile. Per adesso, è una meritevole conferma della classe e dell’onesta musicale del combo italiano.

V2 Music
2007

1. Crossroads (4:03)
2. There is a way (3:36)
3. Lost (4:24)
4. Mother Earth (6:08)
5. Waiting tomorrow (3:35)
6. Come togheter (4:00)
7. Just one day (3:54)
8. What (4:15)
9. Coldness (3:49)
10. Rusty nail (3:19)
11. Out of control (3:46)
12. Wolves’n’lambs (4:53)
13. Smoke and dreams (4:37)
14. Piece of time (2:50)

lunedì 9 aprile 2007

Candyman - Terrore dietro lo specchio

Vista la presenza della pellicola di Bernard Rose in edicola, allegata a Horror Mania di Aprile, ho preparato una veloce recensione, per invogliare all’acquisto del suddetto film chi ancora fosse titubante di incrociare lo sguardo uncinato di Candyman. Guai a voi se mancate l’occasione, marrani, vi perdereste un horror che, coi tempi che corrono, ci sogniamo di avere.


Regia: Bernard Rose
Cast: Virginia Madsen, Tony Todd, Xander Berkley, Kasi Lemmons
Sceneggiatura: Bernard Rose (da un racconto di Clive Barker)
Produttori: Steve Golin, Sigurjon Sighvatsson, Alan Poul
Produttore Esecutivo: Clive Barker
Musiche: Philip Glass
Durata: 95 minuit
Produzione: Usa
Anno: 1992

La studentessa Helen Lyle viene a conoscenza di una leggenda locale terrificante, quella di Candyman, un mostruoso serial killer munito di uncino, che appare quando pronunci il suo nome cinque volte davanti a uno specchio. Helen compie così delle ricerche, per la propria tesi di laurea, ripercorrendo i luoghi in cui si dice che Candyman sia apparso. Ma dopo aver ignorato gli avvertimenti degli abitanti del luogo, assiste a una catena di delitti raccapriccianti. È mai possibile che la leggenda sia vera?

I sei Libri di sangue, primi rigurgiti letterari del visionario signore delle illusioni Clive Barker, sono un punto fermo del pantheon orrorifico, un inarrivabile santuario sanguinario della narrativa fantastica. Da uno dei racconti minori presenti nell’antologia numero cinque (Visions, in Italia), Il proibito, Bernard Rose ha preso la sua camera da presa, inzuppandola di sangue e inchiostro per trasformare le scorribande letterarie dello scrittore inglese in immagini dall’indubbio fascino.
Diamo atto al regista di aver steso una sceneggiatura abbastanza fedele, ma anche tutto sommato valida dal punto di vista strutturale-cinematografico, con buoni momenti atmosferici e richiami onirici ben dosati. Tuttavia, inevitabilmente, lo script prende le sue facile sbandate, riscontrabili in dialoghi a volte poco incisivi e in escursioni involontariamente ridicole che fanno venire il latte alle ginocchia.
Poco male.
Gli errori vengono soppiantati da una regia semplice ma incisiva, che ha dalla sua momenti di grande pregio visivo, grazie a divagazioni deliranti che ben avviluppano i sentimenti filmici dei due interpreti principali, che tentano l’uno di rubare lo schermo all’altra.
E si solleva in alto un enorme pollice verso il fattore gore, che noi maniaci degenerati tanto apprezziamo. In Candyman, infatti, il reparto emoglobinico è abbondante e appetitoso, con vastissimi e inaspettati spargimenti di sangue.
In questo universo morboso, ricco di sottili richiami sociali ma anche di genuini slanci soprannaturali, la bellissima Virginia Madsen offre una prova di classe, sentita ed emozionante, che raggiunge picchi di delicata poesia nelle sequenze oniriche, quando una lacrima densa di significati le scorre lungo la guancia. Tony Todd, invece, firma la nascita di un nuovo mito dell’horror, il colto difensore degli oppressi, il deviato Capitan Uncino della filmografia grondante budella, interpretando in maniera elegante e professionale il tormentato Candyman. Piuttosto incolore il resto del cast, nonostante la buona mimica facciale di un Xander Berkley che oggi, a distanza di quindici anni, non sembra essere invecchiato di un solo giorno.
Da segnalare, ma con tanto di squilli di trombe, meritatissimi, la straordinaria colonna sonora a cura di Philip Glass, un masterpiece musicale, costruita solo su piano, organo e voci corali, che si incastrano in un sublime vortice di inquietudine nel tema portante, una delle vette sonore non solo del cinema più estremo, ma dell’intero mondo della celluloide.
Tolto qualche punto morto o risibile, che poteva facilmente essere cancellato in fase di post produzione (l’accidentalmente comica scena dell’imbiancatura, una digressione psicologica dei protagonisti a volte una tantino confusa e incerta), Rose ha realizzato una buona trasposizione di un discreto racconto, e, oggigiorno, sarebbe buona cosa che i giovani cineasti che tentano di spopolare, dessero un’occhiata alla spontaneità angosciante dell’horror di qualche anno fa, Candyman compreso.